IL REGISTRO DELLE ATTREZZATURE

Ne parlava il DPR n.37 del 12 gennaio 1998 DPR 1 agosto 2011, n. 151 ” Regolamento recante semplificazione della disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione degli incendi, a norma dell’articolo 49, comma 4-quater, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122″

Il DPR 151/11 spiega molto chiaramente che i controlli, le verifiche, gli interventi di manutenzione e l’informazione devono essere annotate in un apposito registro a cura dei responsabili dell’attività. E tale registro deve essere mantenuto aggiornato e reso disponibile ai fini dei controlli di competenza del Comando.  Il registro è un promemoria di ciò che è stato fatto riguardo alla manutenzione sulle attrezzature.

Si evince pertanto che l’obbligo di adottare il registro dei controlli antincendio è solo a carico dei titolari di attività che non rappresentano luoghi di lavoro quali, ad esempio, edifici civili, autorimesse, impianti per la produzione di calore condominiali. Invece, per i luoghi di lavoro, soggetti all’applicazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n.81 non è necessario adottare il registro dei controlli in quanto la disciplina degli stessi è già regolamentata dallo stesso D.Lgs. 81/08.

Il registro delle attrezzature deve essere redatto per ottemperare alle prescrizioni di legge previste dalla normativa antincendio, DM 10/03/98 (art.4 e All. VI) e DPR n.37/98 (art 5, punto 2), nonché dalle specifiche norme di prevenzione incendi per gli edifici scolastici (DM 26/08/92, punto 12).

Su tale registro vanno annotate quindi le verifiche, i controlli e le operazioni di manutenzione su sistemi, attrezzature ed impianti antincendio, nonché l’attività di informazione e formazione antincendio dei lavoratori.

L’attività di controllo e di verifica nonché la compilazione delle relative schede, riguarda:

    1. estintori;

    2. idranti;

    3. porte REI ed uscite di sicurezza;

    4. luci di emergenza;

    5. dispositivi di primo soccorso;

    6. pulsanti di sgancio corrente elettrico o interruttore generale;

    7. pulsanti di allarme – rilevatori incendio.

 

Un po’ di Storia….

La leggenda narra che Prometeo, per vendicarsi di Giove, invocò il fuoco al cielo e ne fece dono agli uomini, l’uomo seppe adottarlo ai bisogni della vita, sia per uso culinario sia per arma di difesa e di offesa. Per questo motivo fin dall’antichità l’uomo cercò di trovare i mezzi per contrastare il fuoco. Nacquero le prime corporazioni con l’incarico di soccorso in caso di incendio. Si arriverà al 1300 per avere i primi pompieri, con la costruzione dei primi attrezzi per combattere il fuoco.

Nel 1715 fu inventato il primo estintore da Zacharias Greyl, trattasi di una botte di legno contenente 20 litri d’acqua e una piccola porzione di polvere da sparo con una miccia, in caso di incendio si gettava la botte sul fuoco che esplodendo spegneva l’incendio.

Il primo estintore (portatile) venne brevettato nel 1723 dal chimico Ambrose Godfrey; si ha notizia del suo uso in quanto il Bradley’s Weekly Messenger del 7 novembre 1729 parlò della sua efficacia nell’estinguere un fuoco a Londra. Consisteva in una sorte di botte riempita di liquido estinguente con un contenitore in peltro riempito di polvere pirica (polvere da sparo con un basso potere dirompente quindi poco pericoloso), la quale con un sistema di accensione, esplodendo, spargeva la soluzione.

L’estintore “moderno” fu inventato dal capitano britannico George William Manby nel 1818; aveva un serbatoio in rame da 3 galloni contenente una soluzione acquosa di carbonato di potassio (è il sale di potassio dell’acido carbonico e si presenta come un solido bianco inodore) , pressurizzato con aria compressa.

Il primo estintore “soda-acido” fu brevettato nel 1866 dal francese Francois Carlier, il quale mescolò una soluzione acquosa di carbonato di sodio all’acido tartarico ottenendo schiuma e anidride carbonica gassosa, utilizzata come propellente. Nel 1881 negli Stati Uniti Almon M. Granger brevettò un altro estintore ma in questo caso sfruttò la relazione tra una soluzione acquosa di carbonato di sodio e acido solforico; l’azionamento dell’estintore poteva avvenire in due modi, nel primo caso una fiala contenente l’acido veniva rotta, nel secondo caso veniva rimossa una paratia che normalmente divideva i due componenti chimici. In entrambi i casi comunque veniva prodotta anidride carbonica che fungeva da gas di espulsione.

L’estintore a pressione ausiliaria fu inventato nel 1881 dalla ditta inglese Read & Campbell usando acqua o soluzioni acquose.

L’estintore a schiuma chimica venne inventato nel 1904 da Aleksandr Loran in Russia, basandosi sulla sua precedente invenzione della schiuma antincendio. Loran lo usò per spegnare una vasca di nafta; il serbatoio principale conteneva una soluzione acquosa di carbonato di sodio mentre quello interno una di solfato di alluminio. Mescolando le due soluzioni capovolgendo il serbatoio i due liquidi reagivano formando una schiuma e anidride carbonica in fase gassosa, che espelleva schiuma.

Nel 1910, la Pyrene Manufacturing Company di Delaware depositò un brevetto per un sistema a Tetra (tetracloruro di carbonio – Halon 104). Vaporizzando il liquido sulla fiamma la estingueva per soffocamento. Nel 1911, brevettarono un piccolo estintore portatile con lo stesso agente estinguente, costituito da un piccolo serbatoio in ottone con una pompa a mano per espellere il liquido verso il fuoco. Il contenitore non era pressurizzato e quindi poteva essere facilmente ricaricato. Fu inventato anche un altro tipo di estintore il quale era una sfera di vetro riempita con tetracloruro di carbonio da lanciare alla base della fiamma. Il tetra era adatto a fuochi di impianti elettrici e liquidi infiammabili. Vennero però ritirati negli anni ’50 perché tossici; l’esposizione ad alte concentrazioni danneggia il sistema nervoso e gli organi interni.

Negli anni ’40 , in Germania fu inventato il liquido Halon 1011 (bromoclorometano- bromometano- bromuro di metile) per l’uso negli aerei. Venne usato fino al 1969, fu riconosciuto come agente estinguente negli anni ’20 e fu usato soprattuto in Europa; altamente tossico fu messo al bando definitivamente negli anni ’60.

Nel 1924 Walter Kide Company su richiesta di Bell Telephone introdusse l’estintore a biossido di carbonio che consisteva in una bombola contenente 7,5 libbre di CO2 con valvola a vite e manichetta in tela di ottone isolata con cotone, terminante con una sorta di ugello ad imbuto.

Nel 1928 DuGas presentò un estintore a polvere a “pressione ausiliaria” caricato a bicarbonato di sodio con speciali additivi per renderlo scorrevole e resistente all’umidità. Consisteva in un cilindro in rame con una cartuccia interna caricata con anidride carbonica. L’operatore doveva ruotare una valvola sopra l’estintore per perforare la cartuccia e quindi azionare una leva all’estremità della manichetta per rilasciare la polvere chimica. Questo fu il primo estintore adatto a fuochi di liquidi o gas di generosa estensione, ma rimase di uso limitato fino agli anni ’50, quando entrarono sul mercato gli estintori per uso casalingo.

Sempre negli anni ’50 fu sviluppata la polvere ABC, la Super-K e la Purple-K dalla Marina Militare americana, e l’Halon 1211 (BFC).

Il Fluobrene (Halon 2402) è un’invenzione italiana, prodotto per la prima volta nel 1969 presso gli stabilimenti Montecatini di Porto Marghera. Venne sperimentato nei circuiti automobilistici di Monza ed Hockenheim aggiudicandosi il soprannome di “ammazzafuoco” per la sua straordinaria capacità estinguente. Nello stesso autodromo risultò rilevante l’uso del Fluobrene nel tragico incidente del 1978 dove la Squadra Corse della CEA estintori intervenne con mezzi e tecniche all’avanguardia, salvando la vita di molti piloti.

PROCEDURE DA ADOTTARE IN CASO DI INCENDIO

IL PIANO DI EMERGENZA IN CASO DI INCENDIO

In un’azienda, grande o piccola che sia, trovarsi coinvolti in un’emergenza per incendio o per infortunio, pur sembrando ad alcuni una probabilità abbastanza remota, non è del tutto impossibile. Indipendentemente dai materiali depositati o impiegati nelle lavorazioni e dalle caratteristiche costruttive ed impiantistiche dell’azienda, uno degli aspetti che hanno avuto grande impatto sull’evoluzione dell’evento-emergenza è quello relativo a come sono stati affrontati i primi momenti, nell’attesa dell’arrivo delle squadre dei Vigili del Fuoco.

Uno strumento basilare per la corretta gestione degli incidenti è il cosiddetto PIANO DI EMERGENZA.

Nel piano di emergenza sono contenute quelle informazioni-chiave che servono per mettere in atto i primi comportamenti e le prime manovre permettendo di ottenere nel più breve tempo possibile i seguenti obiettivi principali:

  • salvaguardia ed evacuazione delle persone;
  • messa in sicurezza degli impianti in particolare quelli di processo;
  • compartimentazione e confinamento dell’incendio;
  • protezione dei beni e delle attrezzature;
  • tentare l’estinzione dell’incendio.

COS’è UN PIANO DI EMERGENZA

Scopo

Lo scopo dei piani di emergenza è quello di consentire la migliore gestione possibile degli scenari incidentali ipotizzati, determinando una o più sequenze di azioni che sono ritenute le più idonee per avere i risultati che ci si prefigge al fine di controllare le conseguenze di un incidente.

Obiettivi

Tra gli obiettivi di un piano di emergenza, ad esempio, ci sono:

  • Analisi – un’attenta analisi delle attività svolte nell’azienda è un buon metodo per individuare sorgenti di pericolo e analizzare i rischi presenti nell’attività lavorativa;
  • Struttura – raccogliere in un documento organico e ben strutturato quelle informazioni che non è possibile ottenere facilmente durante l’emergenza, varia molto a seconda del tipo di attività, del tipo di azienda, della sua conformazione, del numero di dipendenti e dipende da una serie di parametri talmente diversificati che impediscono la creazione di un solo modello standard valido per tutti i casi.
  • Linee guida – la pre-pianificazione è definibile come un documento scritto che risulta dalla raccolta di informazioni sia generali che dettagliate pronte per essere usate dal personale dell’azienda e dagli enti di soccorso pubblico per determinare il tipo di risposta per incidenti ragionevolmente prevedibili in una determinata attività. Questi pre-piani identificano i pericoli potenziali, le condizioni e le situazioni particolari e consentono di avere la possibilità di un differente punto di vista e disporre di specifiche informazioni. Le procedure sono la rappresentazione, in genere schematica, delle linee-guida comportamentali ed operative che “scandiscono” i vari momenti dell’emergenza.
  • Verifica – Il contenuto del piano di emergenza deve innanzitutto individuare alcune persone o gruppi-chiave come gli addetti al reparto, al processo di lavorazione, etc., dei quali il piano deve descrivere il comportamento, le azioni da intraprendere e quelle da non fare.
  • Azioni –  le azioni previste nel piano di emergenza devono assolutamente essere correlate alla effettiva capacità delle persone di svolgere determinate operazioni. Il piano di evacuazione va strutturato tenendo conto che in condizioni di stress e di panico le persone tendono a perdere la lucidità.
  • Gestore Aziendale dell’Emergenza – è una figura che non può mai mancare nella progettazione del piano di emergenza al quale vanno delegati poteri decisionali e la possibilità di prendere decisioni anhe arbitrarie, al fine di operare nel migliore dei modi e raggiungere gli obiettivi stabiliti.

PROCEDURE DA ADOTTARE IN CASO DI INCENDIO

Le procedure da adottare in caso di incendio sono differenziate, soprattutto per la frequenza delle azioni, tra i diversi tipo di insediamento. Gli aspetti che sono comuni alle diverse situazioni dei luoghi e degli eventi incidentali.

  • Dare l’allarme al Gestore Aziendale dell’Emergenze;
  • Dare immediatamente l’allarme al 115(Vigili del Fuoco);
  • Se si tratta di un principio di incendio valutare la situazione determinando se esiste la possibilità di estinguere l’incendio con i mezzi a portata di mano;
  • Iniziare l’opera di estinzione solo con la garanzia di una via di fuga sicura alle proprie spalle e con l’assistenza di altre persone;
  • Non tentare di iniziare lo spegnimento con i mezzi portatili se non si è sicuri di riuscirvi;
  • Intercettare le alimentazioni di gas, energia elettrica, etc.
  • Limitare la propagazione del fumo e dell’incendio chiudendo le porte di accesso/compartimenti;
  • Accertarsi che l’edificio venga evacuato;
  • Se non si riesce a mettere sotto controllo l’incendio in breve tempo, portarsi all’esterno dell’edificio e dare le adeguate indicazioni alle squadre dei Vigili del Fuoco.

PROCEDURE DA ADOTTARE IN CASO DI ALLARME

Anche in questo caso le procedure sono differenziate tra i diversi tipi di insediamento. Esistono comunque diversi aspetti sempre presenti, che riassumiamo nel seguente schema:

  • mantenere la calma;
  • prestare assistenza a chi si trova in difficoltà;
  • attenersi scrupolosamente a quanto previsto nei piani di emergenza;
  • evitare di trasmettere il panico ad altre persone;
  • allontanarsi immediatamente;
  • non rientrare nell’edificio fino a quando non vengono ripristinate le condizioni di normalità.

MODALITA’ DI EVACUAZIONE – IL PIANO DI EVACUAZIONE

L’obiettivo principale di ogni piano di emergenza è quello della salvaguardia delle persone presenti e della loro evacuazione, quando necessaria.

Il piano di evacuazione è in pratica un “piano nel piano” che esplicita con gli opportuni dettagli tutte le misure adottate (in fase preventiva e di progetto) e tutti i comportamenti da attuare (in fase di emergenza) per garantire la completa evacuazione dell’edificio da parte di tutti i presenti. Anch’esso deve essere elaborato tenendo conto del tipo di evento ipotizzato e delle caratteristiche dell’azienda. La predisposizione del piano di evacuazione va effettuata prevedendo di far uscire dal fabbricato tutti gli occupanti utilizzando le normali vie di esodo, senza pensare di impiegare soluzioni “personalizzate” tanto ingegnose quanto rocambolesche.

LE PROCEDURE DI CHIAMATA DEI SERVIZI DI SOCCORSO

Una buona gestione dell’emergenza inizia anche con la corretta attivazione delle squadre di soccorso. Pertanto è bene che. dopo aver individuato la figura (ed un suo sostituto) che è incaricata di diramare l’allarme, venga predisposto un apposito schema con  le corrette modalità. Una richiesta di soccorso deve contenere almeno questi dati:

  • indirizzo e il numero di telefono;
  • tipo di emergenza in corso;
  • persone coinvolte/ferite;
  • reparto coinvolto;
  • stadio dell’evento;
  • altre indicazioni particolari;
  • indicazioni sul percorso per raggiungere il luogo dell’emergenza.

COLLABORAZIONE CON I VIGILI DEL FUOCO IN CASO DI INTERVENTO

L’importanza dell’addestramento: i momenti di emergenza sono proprio quelli nei quali le azioni che riescono meglio sono quelle che abbiamo saputo rendere più “automatiche” e le azioni in cui agiamo con maggiore destrezza perché siamo già abituati a svolgerle frequentemente nel “tempo di pace”, cioè quello del lavoro ordinario quotidiano. Durante lo stress ed il panico che accompagnano sempre un’emergenza, il rischio di farsi sopraffare dall’evento è alquanto alto se non si provvede a rendere appunto “automatici” certi comportamenti e certe procedure. Le squadre dei Vigili del Fuoco sono addestrate ad operare in condizioni di emergenza e pertanto sono abituate a prendere decisioni proprio nei momenti ad alto rischio di panico e di stress.

Il miglior modo per collaborare: supponendo quindi che abbiate saputo gestire al meglio i primi immediati momenti dell’emergenza proprio perché vi siete addestrati a fare quelle poche basilari operazioni che prevede il piano di emergenza, al momento dell’arrivo dei Vigili del Fuoco la gestione dell’emergenza passa a loro, e i vostri compiti principali prendono un’altra direzione. Il modo migliore per collaborare durante l’incendio è quello di mettere a disposizione la vostra capacità ed esperienza lavorativa e la conoscenza dei luoghi, per svolgere quei compiti che già siete abituati a fare perché li svolgete nell’attività di tutti i giorni.

ESEMPLIFICAZIONE DI UNA SITUAZIONE DI EMERGENZA

  • Raccolta di informazione e dati
  • Predisposizione delle griglie “evoluzione dell’evento/persone coinvolte/azioni”
  • Realizzazione delle schede procedurali/comportamentali delle diverse figure

Per la costruzione di un piano di emergenza, una fase importantissima è quella iniziale di valutazione del rischio. Nel documento di valutazione dei rischi sono raccolte tutte le informazioni che permetteranno di strutturare senza grosse difficoltà il processo di pianificazione dell’emergenza. Se la valutazione del rischio viene eseguita con precisione e completezza, anche la successiva pianificazione dell’emergenza sarà di buona qualità.

Per ottenere la più ampia possibilità di successo è necessario che nella pianificazione di emergenza sia coinvolto tutto il personale dell’azienda. Ciascuno può fornire idee, soluzioni che possono migliorare la qualità del piano d’emergenza. Quanto più le persone coinvolte fanno proprio il piano di emergenza, tanto più questo avrà possibilità di successo nel momento in cui dovrà essere applicato in un incidente reale. La valutazione dei rischi evidenzia i possibili eventi che ci si può ragionevolmente aspettare. Occorre stabilire quali di questi eventi presentano maggiori rischi ed iniziare da questi a pianificare delle procedure di emergenza. Si può partire schematizzando una griglia dove vengono indicati:

  • tipo di evento incidentale
  • reparto interessato
  • sequenza temporale di azioni da intraprendere
  • persone/gruppi coinvolti
  • compiti che ogni persona/gruppo deve portare a termine.

Dopo aver identificato ed elencato le persone/gruppi interessati dall’emergenza, si inizia a tracciare un’evoluzione dell’evento “fotografando” queste persone nei diversi momenti e si descrivono brevemente per titoli le attività/operazioni che stanno svolgendo, in modo da rendersi conto immediatamente se qualcuno è sovraccaricato di compiti.

Dopo la schematizzazione che è il primo passo avanti nella pianificazione d’emergenza, si passa alla realizzazione delle schede delle singole persone. Nelle singole schede riassuntive, ci si può spingere in descrizioni più dettagliate. Ogni scheda va classificata, numerata, datata e ufficializzata con la firma del Direttore dell’azienda e/o altri Responsabili che hanno l’autorità necessaria.

Per un’evoluzione favorevole dell’evento incidentale è necessario che ciascuno esegua quelle poche fondamentali operazioni nella giusta sequenza e soprattutto coordinate con le operazioni che stanno eseguendo gli altri.

L’addestramento è il “collante” che tiene insieme questo complesso sistema di gestione dell’emergenza. Senza l’aggiornamento continuo e la messa in pratica periodica, anche il piano più semplice e le procedure meglio organizzate non avranno mai la giusta efficacia.

Non si può pretendere che fin dalla prima stesura il piano di emergenza sia un documento perfetto, anche perché è bene iniziare fin da subito il processo di pianificazione: ricordate che il peggior piano di emergenza è non averne nessuno.

Una procedura per quanto sia scritta con precisione e semplicità rischia di risultare completamente inefficace se le persone che devono metterla in atto non si addestrano periodicamente. L’addestramento periodico è un altro dei punti chiave nella preparazione alla gestione di un’emergenza, e consente di ottenere anche dei risultati correlati come la verifica delle attrezzature ed il loro controllo. E’ consigliabile prevedere la prova delle procedure di emergenza almeno due volte l’anno.

Oltre agli aggiornamenti a scadenza prefissata è opportuno che il piano di emergenza venga aggiornato, se se ne ravvisa la necessità anche a seguito di ogni fase di addestramento. Lo scopo dell’aggiornamento è quello di raffinare continuamente la qualità delle procedure per disporre di strumenti sempre più efficaci.

 

DECRETO BALDUZZI PER DEFIBRILLATORE

L’ultimo aggiornamento sulla normativa relativa ai defibrillatori è il decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 20 Luglio 2013 n.169 e riporta quanto segue:

Art. 5 “Linee guida sulla dotazione e l’utilizzo di defibrillatori semiautomatici e di eventuali altri dispositivi salvavita”

1. Ai fini del presente decreto, si intendono societa’ sportive dilettantistiche quelle di cui al comma 17 dell’art. 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 e successive modifiche e integrazioni.

2. Ai fini del presente decreto, si intendono societa’ sportive professionistiche quelle di cui al Capo II della legge 23 marzo 1981, n. 91 e successive modifiche e integrazioni.

3. Le societa’ di cui ai commi 1 e 2 si dotano di defibrillatori semiautomatici nel rispetto delle modalita’ indicate dalle linee guida riportate nell’allegato E del presente decreto. La disposizione di cui al presente comma non si applica alle societa’ dilettantistiche che svolgono attivita’ sportive con ridotto impegno cardiocircolatorio, quali bocce (escluse bocce in volo), biliardo, golf, pesca sportiva di superficie, caccia sportiva, sport di tiro, giochi da tavolo e sport assimilabili.

4. Le societa’ professionistiche attuano la disposizione di cui al comma 3 entro 6 mesi dall’entrata in vigore del presente decreto.

5. Le societa’ dilettantistiche attuano la diposizione di cui al comma 3 entro 30 mesi dall’entrata in vigore del presente decreto.

6. L’onere della dotazione del defibrillatore semiautomatico e della sua manutenzione e’ a carico della societa’. Le societa’ che operano in uno stesso impianto sportivo, ivi compresi quelli scolastici, possono associarsi ai fini dell’attuazione delle indicazioni di cui al presente articolo. Le societa’ singole o associate possono demandare l’onere della dotazione e della manutenzione del defibrillatore semiautomatico al gestore dell’impianto attraverso un accordo che definisca anche le responsabilita’ in ordine all’uso e alla gestione.

7. Ferme restando le disposizioni di cui al decreto ministeriale 18 marzo 2011 “Determinazione dei criteri e delle modalita’ di diffusione dei defibrillatori automatici esterni”, le Linee guida (Allegato E) stabiliscono le modalita’ di gestione dei defibrillatori semiautomatici da parte delle societa’ sportive professionistiche e dilettantistiche.. Il CONI, nell’ambito della propria autonomia, adotta protocolli di Pronto soccorso sportivo defibrillato (PSSD), della Federazione Medico Sportiva Italiana, nel rispetto delle disposizioni del citato decreto ministeriale 18 marzo 2011.

Le presenti linee guida hanno lo scopo di disciplinare la dotazione e l’impiego da parte di societa’ sportive, sia professionistiche sia dilettantistiche, di defibrillatori semiautomatici esterni.

1. L’Arresto Cardiocircolatorio (ACC) e’ una situazione nella quale il cuore cessa le proprie funzioni, di solito in modo improvviso, causando la morte del soggetto che ne e’ colpito. Ogni anno, in Italia, circa 60.000 persone muoiono in conseguenza di un arresto cardiaco, spesso improvviso e senza essere preceduto da alcun sintomo o segno premonitore. La letteratura scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato che in caso di arresto cardiaco improvviso un intervento di primo soccorso, tempestivo e adeguato, contribuisce, in modo statisticamente significativo, a salvare fino al 30 per cento in piu’ delle persone colpite. In particolare, e’ dimostrato che la maggiore determinante per la sopravvivenza e’ rappresentata dalle compressioni toraciche esterne (massaggio cardiaco) applicate il prima possibile anche da parte di personale non sanitario. Senza queste tempestive manovre, che possono essere apprese in corsi di formazione di poche ore, il soccorso successivo ha poche o nulle probabilita’ di successo. A questo primo e fondamentale trattamento deve seguire, in tempi stretti, la disponibilita’ di un Defibrillatore Semiautomatico Esterno (DAE)che consente anche a personale non sanitario di erogare una scarica elettrica dosata in grado, in determinate situazioni, di far riprendere un’attivita’ cardiaca spontanea. L’intervento di soccorso avanzato del sistema di emergenza 118 completa la catena della sopravvivenza. Nonostante la disponibilita’ di mezzi di soccorso territoriali del sistema di emergenza sanitaria, che intervengono nei tempi indicati dalle norme vigenti, esistono situazioni e localita’ per le quali l’intervento di defibrillazione, efficace se erogato nei primi cinque (5′) minuti puo’ essere ancora piu’ precoce qualora sia presente sul posto personale non sanitario addestrato (“first responder”),che interviene prima dell’ arrivo dell’ equipaggio dell’ emergenza sanitaria. Per queste ragioni occorre che le tecniche di primo soccorso diventino un bagaglio di conoscenza comune e diffusa, che sia tempestivamente disponibile un DAE e che sia presente personale non sanitario certificato all’utilizzo. I Defibrillatori Semiautomatici Esterni (DAE) attualmente disponibili sul mercato permettono a personale non sanitario specificamente addestrato di effettuare con sicurezza le procedure di defibrillazione, esonerandolo dal compito della diagnosi che viene effettuata dall’ apparecchiatura stessa. E’ altresi’ prevedibile che nuovi dispositivi salvavita possano entrare nell’uso, come evoluzione tecnologica degli attuali defibrillatori semiautomatici o di altri dispositivi salvavita. La legge del 3 aprile 2001, n. 120 prevede l’utilizzo del DAE anche da parte di personale non sanitario.

2. La Catena della Sopravvivenza Il DAE deve essere integrato e coordinato con il sistema di allarme sanitario 118; in questo modo e’ consentito il rispetto dei principi della “Catena della Sopravvivenza”, secondo i quali puo’ essere migliorata la sopravvivenza dopo arresto cardiaco, purche’ siano rispettate le seguenti azioni consecutive (anelli):

  • Il riconoscimento e attivazione precoce del sistema di soccorso
  • La rianimazione cardiopolmonare precoce, eseguita dai presenti
  • La defibrillazione precoce, eseguita dai presenti
  • L’intervento dell’equipe di rianimazione avanzata In ambiente extraospedaliero i primi tre anelli della Catena della Sopravvivenza sono ampiamente dipendenti dai presenti all’evento, dalla loro capacita’ di eseguire correttamente alcune semplici manovre e dalla pronta disponibilita’ di un DAE.

3. Contesto sportivo: considerazioni generali E’ un dato consolidato che l’attivita’ fisica regolare e’ in grado di ridurre l’incidenza di eventi correlati alla malattia cardiaca coronarica e di molte altre patologie. Tuttavia l’attivita’ fisica costituisce di per se’ un possibile rischio di Arresto Cardiocircolatorio (ACC) per cause cardiache e non cardiache. Sembra ragionevole affermare, quindi, che i contesti dove si pratica attivita’ fisica e sportiva, agonistica e non agonistica, possono essere scenario di arresto cardiaco piu’ frequentemente di altre sedi. La defibrillazione precoce rappresenta in tal caso il sistema piu’ efficace per garantire le maggiori percentuali di sopravvivenza. Se si considera che la pratica sportiva e’ espressione di promozione, recupero o esercizio di salute, sembra indispensabile prevedere una particolare tutela per chi la pratica, attraverso raccomandazioni efficaci e attuabili secondo le evidenze scientifiche disponibili. Un primo livello di miglioramento e’ strettamente correlato alla diffusione di una maggiore specifica cultura, che non sia solo patrimonio delle professioni sanitarie ma raggiunga la maggior parte della popolazione. Non meno importante e’ l’estensione della tutela sanitaria non soltanto dei professionisti dello sport agonistico ma anche e soprattutto di quanti praticano attivita’ sportiva amatoriale e ludico motoria. Fermo restando l’obbligo della dotazione di DAE da parte di societa’ sportive professionistiche e dilettantistiche, si evidenzia l’opportunita’ di dotare, sulla base dell’afflusso di utenti e di dati epidemiologici, di un defibrillatore anche i luoghi quali centri sportivi, stadi palestre ed ogni situazione nella quale vengono svolte attivita’ in grado di interessare l’attivita’ cardiovascolare, secondo quanto stabilito dal D.M. 18 marzo 2011, punto B.1 dell’allegato. Alcune Regioni (es. Veneto, Emilia Romagna, Marche) hanno gia’ previsto nel loro piano di diffusione delle attivita’ di defibrillazione di dotare di DAE anche alcune tipologie di impianti sportivi pubblici come palestre scolastiche, piscine comunali. Si contribuisce in tal modo allo svolgimento in sicurezza dell’attivita’ sportiva “creando anche una cultura cardiologica di base”.

4. Indicazioni per le Societa’ sportive circa la dotazione e l’impiego di DEA Le seguenti indicazioni specificano quanto gia’ stabilito a carattere generale e dal D.M. 18 marzo 2011

4.1 Modalita’ Organizzative In ambito sportivo per garantire il corretto svolgimento della catena della sopravvivenza le societa’ sportive si devono dotare di defibrillatori semiautomatici, nel rispetto delle modalita’ indicate dalle presenti linee guida. E’ stato dimostrato che nei contesti dove il rischio di AC e’ piu’ alto per la particolare attivita’ che vi si svolge o semplicemente per l’alta frequentazione, la pianificazione di una risposta all’ACC aumenta notevolmente la sopravvivenza. L’onere della dotazione del defibrillatore e della sua manutenzione e’ a carico della societa’. Le societa’ che operano in uno stesso impianto sportivo, ivi compresi quelli scolastici, possono associarsi ai fini dell’attuazione delle indicazioni di cui al presente allegato. Le societa’ singole o associate possono demandare l’onere della dotazione e della manutenzione del defibrillatore al gestore dell’impianto sportivo attraverso un accordo che definisca le responsabilita’ in ordine all’uso e alla gestione dei defibrillatori. Le societa’ che utilizzano permanentemente o temporaneamente un impianto sportivo devono assicurarsi della presenza e del regolare funzionamento del dispositivo. E’ possibile, in tal modo, assimilare l’impianto sportivo “cardioprotetto” ad un punto della rete PAD (Public Access Defibrillation) e pianificare una serie di interventi atti a prevenire che l’ACC esiti in morte, quali: la presenza di personale formato, pronto ad intervenire l’addestramento continuo la presenza di un DAE e la facile accessibilita’ la gestione e manutenzione del DAE la condivisione dei percorsi con il sistema di emergenza territoriale locale In tali impianti sportivi deve essere disponibile, accessibile e funzionante almeno un DAE – posizionato ad una distanza da ogni punto dell’impianto percorribile in un tempo utile per garantire l’efficacia dell’intervento – con il relativo personale addestrato all’utilizzo. I DAE devono essere marcati CE come dispositivi medici ai sensi della vigente normativa comunitaria e nazionale (Dir. 93/42/CEE, D.lgs n. 46/97).I DAE devono essere resi disponibili all’utilizzatore completi di tutti gli accessori necessari al loro funzionamento, come previsto dal fabbricante. Tutti i soggetti, che sono tenuti o che intendono dotarsi di DAE devono darne comunicazione alla Centrale Operativa 118 territorialmente competente, specificando il numero di apparecchi, la specifica del tipo di apparecchio, la loro dislocazione, l’elenco degli esecutori in possesso del relativo attestato. Cio’ al fine di rendere piu’ efficace ed efficiente il suo utilizzo o addirittura disponibile la sua localizzazione mediante mappe interattive.

4.2 Formazione Ai fini della formazione del personale e’ opportuno individuare i soggetti che all’interno dell’impianto sportivo, per disponibilita’, presenza temporale nell’impianto stesso e presunta attitudine appaiono piu’ idonei a svolgere il compito di first responder. La presenza di una persona formata all’utilizzo del defibrillatore deve essere garantita nel corso delle gare e degli allenamenti. Il numero di soggetti da formare e’ strettamente dipendente dal luogo in cui e’ posizionato il DAE e dal tipo di organizzazione presente. In ogni caso si ritiene che per ogni DAE venga formato un numero sufficiente di persone. I corsi di formazione metteranno in condizione il personale di utilizzare con sicurezza i DAE e comprendono l’addestramento teorico-pratico alle manovre di BLSD(Basic Life Support and Defibrillation), anche pediatrico quando necessario. I corsi sono effettuati da Centri di formazione accreditati dalle singole regioni secondo specifici criteri e sono svolti in conformita’ alle Linee guida nazionali del 2003 cosi’ come integrate dal D.M. 18 marzo 2011. Per il personale formato deve essere prevista l’attivita’ di retraining ogni due anni.

4.3 Manutenzione e segnaletica I DAE devono essere sottoposti alle verifiche, ai controlli ed alle manutenzioni periodiche secondo le scadenze previste dal manuale d’uso e nel rispetto delle vigenti normative in materia di apparati elettromedicali. I DAE devono essere mantenuti in condizioni di operativita’; la batteria deve possedere carica sufficiente a garantirne il funzionamento; le piastre adesive devono essere sostituite alla scadenza. Deve essere identificato un referente incaricato di verificarne regolarmente l’operativita’. Gli enti proprietari dei DAE possono stipulare convenzioni con le Aziende Sanitarie o con soggetti privati affinche’ gli stessi provvedano alla manutenzione delle apparecchiature, ponendo comunque i costi a carico del proprietario. Per i DAE posizionati in modo fisso in luoghi aperti al pubblico e’ raccomandato, ove possibile, l’utilizzo di contenitori esterni con meccanismi automatici di segnalazione che si attivano al prelievo del dispositivo con segnalazione immediata alla Centrale Operativa 118. Il DAE deve essere collocato in luoghi accessibili e deve essere facilmente riconoscibile; il cartello indicatore della posizione del DAE con gli adesivi “Defibrillatore disponibile” e “AED available”, deve essere ben visibile e posizionato all’ingresso.

4.4 Informazioni sulla presenza del defibrillatore Le societa’ sportive e, ove previsto, i gestori degli impianti sono tenuti ad informare tutti i soggetti, che a qualsiasi titolo sono presenti negli impianti (atleti, spettatori, personale tecnico etc.), della presenza dei DAE e del loro posizionamento mediante opuscoli e cartelloni illustrativi o qualsiasi altra modalita’ ritengano utile (video, incontri, riunioni).

4.5 Responsabilita’ L’attivita’ di soccorso non rappresenta per il personale formato un obbligo legale che e’ previsto soltanto per il personale sanitario. La societa’ e’ responsabile della presenza e del regolare funzionamento del dispositivo. Definizioni: Arresto Cardiocircolatorio (ACC): interruzione della funzione di pompa cardiaca. Morte Cardiaca Improvvisa (Sudden Cardiac Death, SCD): morte inattesa di origine cardiaca (diagnosi post mortem). Si definisce testimoniata, se avviene entro 1 ora dall’inizio dei sintomi, o non testimoniata, se entro 24 ore dall’ultima osservazione in vita senza sintomi. Rianimazione cardiopolmonare: sequenza di manovre per il riconoscimento e il trattamento dell’ACC: comprende le compressioni toraciche (massaggio cardiaco esterno), le ventilazioni di soccorso e la defibrillazione esterna.”

IL DECRETO BALDUZZI

Il decreto del 18/03/2011 (G.U.n.129 del 6/6/11) stabilisce i criteri di diffusione dei Defibrillatori semiAutomatici Esterni (DAE) ed i luoghi dove deve essere garantita la loro presenza. Questo significa che è stato fatto un altro passo verso la consapevolezza che l’arresto cardiaco è una strage fino ad oggi ignorata e che è necessario cominciare a muoversi per ridurre il numero dei morti.

Di seguito alcuni dei luoghi di grande frequentazione di pubblico citati dal decreto :

  • poliambulatori
  • palestre
  • cinema
  • teatri
  • parchi divertimento
  • discoteche
  • stadi
  • centri sportivi
  • centri commerciali
  • ipermercati
  • alberghi
  • ristoranti
  • stabilimenti balneari
  • stazioni sciistiche

Le farmacie, inoltre, per l’alta affluenza di persone e la capillare diffusione nei centri urbani, le rendono punti di riferimento in caso di emergenze sul territorio.

Può essere opportuno, secondo il decreto, ma noi lo riteniamo indispensabile, sempre in un’ottica di presenza sul territorio, di dotare di DAE i mezzi della Polizia di Stato, Carabinieri, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto.

Il 13 Settembre 2012 è stato aggiunto un nuovo tassello al quadro relativo alla normativa per la prevenzione dell’arresto cardiaco.

Il nuovo Decreto (G.U.n.214. D.L.n.158) cita espressamente quanto segue:

“11. Al fine di salvaguardare la salute dei cittadini che praticano un’attività sportiva non agonistica o amatoriale il Ministro della salute, con proprio decreto, adottato di concerto con il Ministro delegato al turismo e allo sport, dispone garanzie sanitarie mediante l’obbligo di idonea certificazione medica, nonchè linee guida per l’effettuazione di controlli sanitari sui praticanti e per la dotazione e l’impiego, da parte di società sportive sia professionistiche che dilettantistiche, di defibrillatori semiautomatici e di eventuali altri dispositivi salvavita.”

Questa legge è stata emanata poco più di un anno dopo l’emanazione del succitato decreto del 6 Giugno 2011 che stabiliva i criteri di diffusione dei defibrillatori semiautomatici esterni nei luoghi pubblici.

Il controllo sistematico delle dotazioni, la conoscenza del loro uso ed il rispetto delle procedure e dei contenuti dei corsi per Esecutori BLS-D conformi alle linee guida ufficiali, sono la miglior garanzia di non incorrere in situazioni penalmente perseguibili.

LA PROTEZIONE ANTINCENDIO : protezione passiva

LA PROTEZIONE ANTINCENDIO

La protezione antincendio consiste nell’insieme delle misure finalizzate alla riduzione dei danni conseguenti al verificarsi di un incendio, agendo sulla Magnitudo dell’evento incendio. Gli interventi si suddividono in misure di protezione che possono essere attiva o passiva in relazione alla necessità o meno dell’intervento di un operatore o dell’azionamento di un impianto.

LA PROTEZIONE PASSIVA— l’insieme delle misure di protezione che non richiedono l’azione di un uomo o l’azionamento di un impianto sono quelle che hanno come obiettivo la limitazione degli effetti dell’incendio nello spazio e nel tempo. Le misure di protezione passiva sono:

ISOLAMENTO DELL’EDIFICIO: DISTANZE DI SICUREZZA : la protezione realizzata con il metodo delle barriere antincendio è basata sul concetto dell’interposizione, tra aree potenzialmente soggette ad incendio, di spazi scoperti o di strutture. Nel caso di interposizione di spazi scoperti la protezione ha lo scopo di impedire la propagazione dell’incendio principalmente per trasmissione di energia termica raggiante. Nella terminologia utilizzata per la stesura delle normative si usa il termine “distanze di sicurezza” le quali si distinguono in:

  • distanze di sicurezza interne finalizzate a proteggere elementi appartenenti ad uno stesso complesso;
  • distanze di sicurezza esterne finalizzate a proteggere elementi esterni al complesso stesso;
  • distanze di protezione definita come la distanza misurata orizzontalmente tra il perimetro in pianta di ciascun elemento pericoloso di un’attività e la recinzione ovvero il confine dell’area su cui sorge l’attività stessa.

La determinazione delle distanze di sicurezza in via teorica è basata sulle determinazioni dell’energia termica irraggiata dalle fiamme di un incendio. Nelle norme antincendio ufficiali vengono introdotti invece valori ricavati empiricamente da dati ottenuti dalle misurazioni dell’energia raggiante effettuata in occasione di incendi reali e in incendi sperimentali. Pertanto la protezione passiva si realizza anche mediante la realizzazione di elementi di separazione strutturale del tipo “tagliafuoco”.

MURI TAGLIAFUOCO: I muri tagliafuoco sono elementi di separazione capaci di impedire la propagazione di un incendio tra area soggetta e quelle circostanti.

RESISTENZA AL FUOCO E COMPARTIMENTAZIONE: la resistenza al fuoco delle strutture rappresenta il comportamento al fuoco degli elementi che hanno funzioni strutturali nelle costruzioni degli edifici, siano esse funzioni portanti o funzioni separanti. In termini numerici la resistenza al fuoco rappresenta l’intervallo di tempo, espresso in minuti primi, di esposizione dell’elemento strutturale ad un incendio, durante il quale il prodotto o l’elemento costruttivo considerato conserva i requisiti progettuali di stabilità meccanica, tenuta ai prodotti della combustione, nel caso più generale, di coibenza termica. La determinazione della resistenza al fuoco delle strutture si effettua generalmente mediante un metodo di calcolo globale che si basa su una relazione tra la durata presumibile dell’incendio e il carico d’incendio  che caratterizza il compartimento in esame, facendo inoltre riferimento ad un incendio con una curva standard temperatura-tempo di regola piuttosto severa rispetto alle possibili condizioni reali. Per compartimento si definisce come una parte di edificio delimitata da elementi costruttivi di resistenza al fuoco predeterminata e organizzato per rispondere alle esigenze della prevenzione incendi. La resistenza al fuoco può definirsi come l’attitudine di un prodotto o un elemento a conservare

  • stabilità (R), attitudine di un prodotto o di un elemento a conservare la resistenza meccanica sotto l’azione del fuoco;
  • tenuta (E), attitudine di un prodotto o di un elemento a non lasciar passare né produrre, se sottoposto all’azione del fuoco su un lato fiamme, fumi o gas caldi sul lato non esposto al fuoco;
  • isolamento termico (I), attitudine di un prodotto o di un elemento costruttivo a ridurre, entro un dato limite, la trasmissione del calore.

Con il simbolo REI si identifica quindi un elemento costruttivo che deve conservare, per un determinato tempo, la stabilità, la tenuta e l’isolamento termico. In relazione ai requisiti degli elementi strutturali in termini di materiali da costruzione utilizzati e spessori realizzati, essi vengono classificati da un numero che esprime i minuti primi per i quali conservano le caratteristiche suindicate in funzione delle lettere R, E o I.

Per una completa ed efficace compartimentazione i muri tagliafuoco non dovrebbero avere aperture, ma è ovvio che in un ambiente di lavoro è necessario assicurare un’agevole comunicazione tra tutti gli ambienti destinati, anche se a diversa destinazione d’uso. Tali elementi di chiusura si possono distinguere in:

  • porte incernierate, munite di sistemi di chiusura automatica che in caso d’incendio fanno chiudere il serramento;
  • porte scorrevoli, sospese ad una guida inclinata di pochi gradi rispetto al piano orizzontale mediante ruote fissate al pannello;
  • porte a ghigliottina, installate secondo un principio analogo a quello adottato per le porte scorrevoli, ma con la differenza che in questo caso il pannello viene mantenuto sospeso sopra l’apertura e le guide sono verticali.

La reazione al fuoco di un materiale rappresenta il comportamento al fuoco medesimo materiale che per effetto della sua decomposizione alimenta un fuoco al quale è esposto, partecipando così all’incendio. Assume particolare rilevanza nelle costruzioni, per la caratterizzazione dei materiali di rifinitura e rivestimento, delle pannellature, dei controsoffitti, delle decorazioni e simili, e si estingue anche agli articoli di arredamento, tendaggi e tessuti in genere. La nuova Normativa ha introdotto un sistema di classificazione che parte dalla classe A1 (materiale non combustibile) classificando i prodotti combustibili con le Classi A2 – B – C – D – E – F con l’aumentare della loro partecipazione alla combustione. DM 25/10/2007 – DM 15/3/2005

VIE D’ESODO (SISTEMI DI VIE D’USCITA) è un percorso senza ostacoli al deflusso che consente alle persone che occupano un edificio o un locale di raggiungere un luogo sicuro. La lunghezza massima del sistema di vie d’uscita è stabilita dalla normativa DM 30/11/83. Gli elementi fondamentali nella progettazione del sistema delle vie d’uscita si possono fissare in dimensionamento e geometria delle vie d’uscita, sistemi di identificazione continua delle vie d’uscita, sistemi di protezione attiva e passiva delle vie d’uscita.

I SISTEMI DI VENTILAZIONE: aperture e le prese d’aria provenienti dall’esterno, inserite in una struttura edilizia atte ad assicurare una ventilazione naturale dei vari ambienti della struttura stessa.

 

LA PROTEZIONE ANTINCENDIO: protezione attiva

LA PROTEZIONE ANTINCENDIO

La protezione antincendio consiste nell’insieme delle misure finalizzate alla riduzione dei danni conseguenti al verificarsi di un incendio, agendo sulla Magnitudo dell’evento incendio. Gli interventi si suddividono in misure di protezione che possono essere attiva o passiva in relazione alla necessità o meno dell’intervento di un operatore o dell’azionamento di un impianto.

LA PROTEZIONE ATTIVA—- L’insieme delle misure di protezione che richiedono l’azione di un uomo o l’azionamento di un impianto sono quelle finalizzate alla precoce rilevazione dell’incendio, alla segnalazione e all’azione di spegnimento dello stesso.

ATTREZZATURE ED IMPIANTI DI ESTINZIONE DEGLI INCENDI:

ESTINTORI—- Gli estintori sono in molti casi i mezzi di primo intervento più impiegati per spegnere i principi di incendio. Non sono efficaci se l’incendio si trova in una fase più avanzata. Vengono suddivisi, in relazione al loro peso complessivo, in:

  • ESTINTORI PORTATILI— massa complessiva inferiore o uguale a 20kg;
  • ESTINTORI CARRELLATI— massa superiore a 20kg con sostanza estinguente fino a 150kg.

Gli estintori portatili vengono classificati in base alla loro capacità estinguente.

CLASSE A fuochi di solidi con formazione di brace;

CLASSE B fuochi di liquidi;

CLASSE C fuochi di gas;

CLASSE D fuochi di metalli;

CLASSE F fuochi che interessano mezzi di cottura.

La scelta degli estintori va fatta in base al tipo di incendio ipotizzabile nel locale da proteggere. Su ogni estintore sono indicate le classi d’incendio. Per norma devono essere di colore rosso e riportare un’etichetta (marcatura) con le istruzioni e le condizioni di utilizzo.

Gli estintori carrellati hanno le medesime caratteristiche funzionali degli estintori portatili ma, a causa delle maggiori dimensioni e peso, presentano una minore praticità d’uso e manegevolezza connessa allo spostamento del carrello di supporto. La loro scelta può essere dettata dalla necessità di disporre di una maggiore capacità estinguente e sono comunque da considerarsi integrativi di quelli portatili.

TIPOLOGIE DI ESTINTORI IN RELAZIONE ALLA SOSTANZA ESTINGUENTE:

  • a POLVERE, è un’estintore contenente polvere antincendio composta da varie sostanze chimiche miscelate tra loro con aggiunta di additivi per migliorarne le qualità di fluidità e idropellenza. Le polveri possono essere: —ABC polveri polivalenti valide per lo spegnimento di più tipi di fuoco, —BC polveri specifiche per incendi di liquidi e gas costituite principalmente da bicarbonato di sodio.  L’azione esercitata dalle polveri nello spegnimento dell’incendio consiste nell’inibizione del materiale incombusto tramite catalisi negativa, nel soffocamento della fiamma ed un’azione endogena per abbattere subito la temperatura di combustione. La fuoriuscita della polvere avviene mediante una pressione interna che può essere fornita da una compressione preliminare (azoto) o dalla liberazione di un gas ausiliario (CO2) contenuto in una bombolina (interna od esterna).
  • ad ANIDRIDE CARBONICA è un’estintore contenente CO2 compresso e liquefatto, strutturalmente diverso dagli altri in quanto costituito da una bombolina in acciaio realizzata in un unico pezzo di spessore adeguato alle pressioni interne, gruppo valvolare con attacco conico e senza foro per attacco manometro né valvolino per controllo pressioni. Si distingue dagli altri per la colorazione dell’ogiva grigio chiaro. Il congegno di apertura della bombola può essere: — con valvola di comando a leva, con tenuta in ebanite normalmente usata per gli estintori portatili; — con valvola di comando a vite, con tenuta in ebanite normalmente usata per gli estintori carrellati. All’estremità della manichetta dell’estintore è montato un cono diffusore di gomma, ebanite o bachelite. Al momento dell’azionamento l’anidride carbonica, spinta dalla pressione interna raggiunge il cono diffusore dove, uscendo all’aperto, una parte evapora istantaneamente provocando un brusco abbassamento di temperatura tale da solidificare l’altra parte in una massa gelida e leggera detta “neve carbonica” o “ghiaccio secco“. Il gas circonda i corpi infiammati, abbassa la concentrazione di ossigeno e spegna per soffocamento e raffreddamento.
  • ad ACQUA, ormai in disuso;
  • a SCHIUMA, adatto per liquidi infiammabili;
  • ad IDROCARBURI ALOGENATI (halon e sostanze alternative) adatto per motori di macchinari.

Gli estintori vanno posizionati eseguendo il criterio di disporre questi mezzi di primo intervento in modo che siano prontamente disponibili ed utilizzabili. La distanza tra gruppi di estintori deve essere circa 30m. Devono essere indicati con l’apposita segnaletica di sicurezza, in modo da essere individuati immediatamente, dovranno essere posizionati alle pareti mediante idonei attacchi che ne consentano il facile sganciamento o poggiati a terra con idonei dispositivi (piantane porta estintore con asta e cartello).

RETE IDRICA ANTINCENDIO —– IDRANTI (DN 45, DN 70) A protezione delle attività industriali o civili a rischio d’incendio viene di norma installata una rete idrica antincendio collegata direttamente, o a mezzo di vasca di disgiunzione, all’acquedotto cittadino. La rete idrica antincendi deve, a garanzia di affidabilità e funzionalità, rispettare i seguenti criteri progettuali:

  • INDIPENDENZA della rete da altre utilizzazioni;
  • Dotazione di valvole di SEZIONAMENTO;
  • Disponibilità di RISERVA IDRICA e di costanza di pressione;
  • Ridondanza del GRUPPO POMPE;
  • Disposizione della RETE AD ANELLO;
  • PROTEZIONE della rete dall’azione del gelo e della corrosione;
  • Caratteristiche idrauliche PRESSIONE – PORTATA;
  • Idranti collegati con TUBAZIONI FLESSIBILI (manichette) a LANCE EROGATRICI che consentono, per numero ed ubicazione, la COPERTURA PROTETTIVA dell’intera attività.

—–NASPI (DN 25) Apparecchiatura antincendio costituita da una BOBINA MOBILE su cui è avvolta una TUBAZIONE SEMIRIGIDA collegata ad una estremità con una LANCIA EROGATRICE. Rappresenta una valida alternativa agli idranti soprattutto per le attività a minor rischio. Le reti idriche con naspi dispongono di tubazioni in gomma avvolte su TAMBURI GIREVOLI e sono provviste di LANCE DA 25MM con getto regolabile con portata di 50LT/MIN ad 1.5BAR.

IMPIANTI DI SPEGNIMENTO AUTOMATICI possono classificarsi in base alle sostanze utilizzate per l’azione estinguente:

  • impianti ad acqua Sprinkler;
  • impianti a schiuma;
  • impianti ad anidride carbonica;
  • impianti ad halon;
  • impianti a polvere.

SISTEMI DI RIVELAZIONE, SEGNALAZIONE E ALLARME INCENDIO

La funzione di un sistema di rivelazione incendio è quella di rilevare un incendio nel minor tempo possibile e di fornire segnalazioni ottiche e/o acustiche ed indicazioni affinché possano essere intraprese adeguate azioni. Possono essere combinate in un unico sistema. La norma di riferimento è la UNI 9795 “sistemi fissi automatici di rivelazione, di segnalazione manuale e di allarme d’incendio” che rimanda a disposizioni contenute in altre pubblicazioni. Possono essere classificati in base al fenomeno chimico-fisico rilevato in:

  • rivelatore di calore sensibile all’innalzamento della temperatura;
  • rivelatore di fumo sensibile alle particelle dei prodotti della combustione e/o pirolisi sospesi nell’atmosfera;
  • rivelatori di gas sensibile ai prodotti gassosi della combustione e/o della de-composizione termica;
  • rivelatore di fiamme sensibile alla radiazione emessa dalle fiamme di un incendio;
  • rivelatore multi-criterio sensibile a più di un fenomeno causato dall’incendio.

Oppure in base al metodo di rivelazione:

  • statico: provoca l’allarme quando l’entità del fenomeno misurato supera un certo valore per un periodo di tempo determinato;
  • differenziale: provoca l’allarme quando la differenza tra i livelli del fenomeno misurato in due o più ambiti spaziali supera un certo valore per un periodo di tempo determinato;
  • velocimetrico: provoca l’allarme quando la velocità di variazione nel tempo del fenomeno misurato supera un certo valore per un periodo di tempo determinato.

In base al tipo di configurazione:

  • puntiforme: rivelatore che risponde al fenomeno sorvegliato in prossimità di un punto fisso;
  • lineare: rivelatore che risponde al fenomeno sorvegliato in prossimità di una linea continua;
  • rivelatore multi-punto: che risponde al fenomeno sorvegliato in prossimità di un certo numero di punti fissi.

DISPOSITIVI DI SEGNALAZIONE E D’ALLARME

—Quando risultano rischi che non possono essere evitati o sufficientemente limitati con misure, metodi o mezzi tecnici il datore di lavoro fa ricorso alla segnaletica di sicurezza:

  • Cartelli di divieto;
  • Cartelli di avvertimento;
  • Cartelli di prescrizione;
  • Cartelli di salvataggio;
  • Cartelli per le attrezzature antincendio.

—ILLUMINAZIONE DI SICUREZZA: come definita dalla Norma UNI EN 1838 fa parte del sistema più generale dell’illuminazione di emergenza. Deve fornire in caso di mancata erogazione della fornitura principale della energia elettrica e quindi di luce artificiale un’illuminazione sufficiente a permettere di evacuare in sicurezza i locali. L’impianto deve essere alimentato da un’adeguata fonte di energia quali batterie in tampone o batterie di accumulatori con dispositivo per la ricarica automatica (da 30 minuti a 3 ore) oppure da apposito ed idoneo gruppo elettrogeno.

EVACUATORI DI FUMO

Tali sistemi di protezione attiva dall’incendio sono di frequente utilizzati in combinazione con impianti di rivelazione e sono basati sullo sfruttamento del movimento verso l’alto delle masse di gas caldi generate dall’incendio che, a mezzo di aperture sulla copertura, vengono evacuate all’esterno. Consentono di agevolare l’intervento dei soccorritori rendendone più rapida ed efficace l’opera, proteggere le strutture e le merci contro l’azione del fumo e dei gas caldi riducendo in particolare il rischio di collasso delle strutture portanti, ritardare o evitare l’incendio a pieno sviluppo “flash over” e ridurre i danni provocati dai gas di combustione o da eventuali sostanze tossiche e corrosive originate dall’incendio.

 

PREVENZIONE INCENDI!

La sicurezza antincendio è orientata alla salvaguardia dell’incolumità delle persone ed alla tutela dei beni e dell’ambiente, mediante il conseguimento degli obiettivi primari.
L’opera deve essere concepita e costruita in modo che, in caso d’incendio sia garantita ( Requisito essenziale n.2 della Direttiva Europea 89/106/CEE “materiali da costruzione”):
  1. La stabilità delle strutture portanti per un tempo utile ad assicurare il soccorso agli occupanti;
  2. La limitata produzione di fuoco e fumi all’interno delle opere;
  3. La limitata propagazione del fuoco alle opere vicine;
  4. La possibilità che gli occupanti lascino l’opera indenni o che gli stessi siano soccorsi in altro modo;
  5. La possibilità per le squadre di soccorso di operare in condizioni di sicurezza.

Il rischio di ogni evento incidentale risulta definito da due fattori:

  • La FREQUENZA, cioè la probabilità che l’evento si verifiche in un determinato intervallo di tempo;
  • La MAGNITUDO, cioè l’entità delle possibili perdite e dei danni conseguenti al verificarsi dell’evento.

da cui ne deriva la definizione di RISCHIO = FREQUENZA x MAGNITUDO

Dalla formula appare evidente che quanto più si riducono la frequenza o la magnitudo, o entrambe, tanto più si ridurrà il rischio. In particolare se aumentiamo la “Prevenzione” diminuisce la “Frequenza”, mentre se aumentiamo la “Protezione” diminuisce la “Magnitudo”. In entrambi i casi, (o solamente con la prevenzione o solamente con la protezione), conseguiamo l’obiettivo di ridurre il “Rischio”, ma l’azione più corretta è quella di agire contemporaneamente con l’adozione di misure sia di “Prevenzione” che di “Protezione”.

  • L’attuazione delle misure per ridurre il rischio mediante la riduzione della frequenza viene comunemente chiamata “prevenzione“;
  • L’attuazione delle misure tese alla riduzione della magnitudo viene invece chiamata “protezione“: le misure di protezione possono essere di tipo attivo o di tipo passivo a seconda che richiedano o meno un intervento di un operatore o di un impianto per essere attivate.

Queste azioni devono essere considerate complementari tra loro nel senso che concorrendo al medesimo fine devono essere intraprese entrambe proprio al fine di ottenere risultati ottimali. Gli obiettivi delle stesse devono essere ricercati anche con misure di esercizio.

Le principali misure di prevenzione incendi, finalizzate alla riduzione della probabilità di accadimento di un incendio, possono essere individuate in:

  • Realizzazione di impianti elettrici a regola d’arte. (Norme CEI): (Decreto del ministero dello sviluppo economico 22 gennaio 2008 n.37)
  • Collegamento elettrico a terra di impianti, strutture, serbatoi etc.: La messa a terra di impianti, serbatoi ed altre strutture impedisce che su tali apparecchiature possa verificarsi l’accumulo di cariche elettrostatiche prodottasi per motivi di svariata natura;
  • Installazione di impianti parafulmine: le scariche atmosferiche costituiscono anch’esse una delle principali cause d’incendio. Per tale motivo nelle zone dove l’attività ceraunica particolarmente intensa risulta necessario provvedere a realizzare impianti di protezione da tale fenomeno, impianti che costituiscono nel classico parafulmine o nella gabbia di Faraday.
  • Dispositivi di sicurezza degli impianti di distribuzione e di utilizzazione delle sostanze infiammabili: Al fine di prevenire un incendio gli impianti di distribuzione di sostanze infiammabili vengono dotati di dispositivi di sicurezza di vario genere.
  • Ventilazione dei locali: la ventilazione naturale o artificiale di un ambiente dove possono accumularsi gas o vapori infiammabili evita che in tale ambiente possano verificarsi concentrazioni al di sopra del limite inferiore del campo d’infiammabilità.
  • Utilizzazione di materiali incombustibili: Quanto più ridotta la quantità di strutture o materiali combustibili presente in un ambiente tanto minori sono le probabilità che possa verificarsi un incendio.
  • Adozione di pavimenti ed attrezzi antiscintilla: Tali provvedimenti risultano di indispensabile adozione qualora negli ambienti di lavoro venga prevista la presenza di gas, polveri o vapori infiammabili.
  • Segnaletica di Sicurezza, riferita in particolare ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro.

L’obiettivo principale dell’adozione di misure precauzionali di esercizio è quello di permettere, attraverso una corretta gestione, di non aumentare il livello di rischio reso a sua volta accettabile attraverso misure di prevenzione e di protezione.

Le misure precauzionali di esercizio si realizzano attraverso:

  • Analisi delle cause di incendio più comuni;
  • Informazione e Formazione antincendi;
  • Controlli degli ambienti di lavoro e delle attrezzature;
  • Manutenzione ordinaria e straordinaria.

ANALISI DELLE CAUSE DI INCENDIO PIU’ COMUNI

Molti incendi possono essere prevenuti richiamando l’attenzione del personale sulle cause e sui pericoli di incendio più comuni. Il personale deve adeguare i comportamenti ponendo particolare attenzione ai punti sottoriportati:

Deposito ed utilizzo di materiali infiammabili e facilmente combustibili: se possibile il quantitativo di materiali infiammabili o facilmente combustibili sia limitato a quello strettamente necessario;
Utilizzo di fonti di calore: includono 1) impiego e detenzione delle bombole di gas utilizzate negli apparecchi di riscaldamento, 2) depositare materiali combustibili sopra o in vicinanza degli apparecchi di riscaldamento, 3) utilizzo di apparecchi in ambienti non idonei, 4) utilizzo di apparecchi in mancanza di adeguata ventilazione degli ambienti;
Impianti ed attrezzature elettriche: Il personale deve essere istruito sul corretto uso delle attrezzature e degli impianti elettrici e in modo da essere in grado da riconoscere difetti. Le prese multiple non devono essere sovraccaricate per evitare surriscaldamenti degli impianti. Nel caso debba provvedersi ad un’alimentazione provvisoria di un’apparecchiatura, il cavo elettrico deve avere la lunghezza strettamente necessaria e posizionato in modo da evitare possibili danneggiamenti. Le riparazioni elettriche devono essere effettuate da personale competente e qualificato. Tutti gli apparecchi di illuminazione producono calore e possono essere causa di incendio;
Il fumo e l’utilizzo di portacenere: I portacenere non debbono essere svuotati in recipienti costituiti da materiali facilmente combustibili, né il loro contenuto deve essere accumulato con altri rifiuti. Non deve essere permesso di fumare nei depositi e nelle aree contenenti materiali facilmente combustibili od infiammabili;
Rifiuti e scarti di lavorazione combustibili: I rifiuti non devono essere depositati lungo le vie di esodo o dove possono entrare in contatto con sorgenti di ignizione.
Aree non frequentate: Le aree del luogo di lavoro che normalmente non sono frequentate da personale ed ogni area dove un incendio potrebbe svilupparsi senza preavviso, devono essere tenute libere da materiali combustibili non essenziali.
Misure contro gli incendi dolosi: Scarse misure di sicurezza e mancanza di controlli possono consentire accessi non autorizzati nel luogo di lavoro, comprese le aree esterne, e ciò che può costituire causa di incendi dolosi.

INFORMAZIONE E FORMAZIONE ANTINCENDI

È quindi evidente come molti incendi possono essere prevenuti richiamando l’attenzione del personale sulle cause e sui pericoli di incendio più comuni; questo può essere realizzato solo attraverso un’idonea Informazione e formazione antincendi.
È fondamentale che i lavoratori conoscano come prevenire un incendio e le azioni da attuare a seguito di un incendio.
Come previsto dagli articoli 36 e 37 del D.lgs n. 81/08, è obbligo del datore di lavoro fornire ai lavoratori un’adeguata informazione e formazione al riguardo di:
a) rischi legati all’attività dell’impresa in generale ed alle specifiche mansioni svolte;
b) misure di prevenzione e di protezione incendi adottate in azienda con particolare riferimento a:
– ubicazione dei presidi antincendi ;
– ubicazione delle vie di uscita;
– modalità di apertura delle porte delle uscite;
– l’importanza di tenere chiuse le porte resistenti al fuoco;
– i motivi per cui non devono essere utilizzati gli ascensori per l’evacuazione in caso di incendio;
c) procedure da adottare in caso di incendio (che riguardano il primo soccorso, la lotta antincendio, l’evacuazione dei luoghi di lavoro) ed in particolare:
– azioni da attuare quando si scopre un incendio;
– come azionare un allarme;
– azione da attuare quando si sente un allarme;
– procedure di evacuazione fino al punto di raccolta in luogo sicuro;
– modalità di chiamata dei vigili del fuoco.
d) i nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di prevenzione incendi, lotta antincendi e gestione delle emergenze e pronto soccorso;
e) il nominativo del responsabile e degli addetti del servizio di prevenzione e protezione.

CONTROLLO DEGLI AMBIENTI DI LAVORO

Sebbene il personale sia tenuto a conoscere i principi fondamentali di prevenzione incendi, è opportuno che vengano effettuate regolari verifiche finalizzati ad accertare il mantenimento delle misure di sicurezza antincendio. E’ opportuno predisporre idonee liste di controllo.

Controlli da effettuare periodicamente:

  • Le vie di uscita quali passaggi, corridoi, scale;
  • Le porte sulle vie di uscita;
  • Le porte resistenti al fuoco;
  • Le apparecchiature elettriche;
  • Le fiamme libere devono essere spente o lasciate in condizioni di sicurezza;
  • I rifiuti e gli scarti combustibili devono essere rimossi;
  • I materiali infiammabili devono essere depositati in luoghi sicuri;
  • I luoghi di lavoro deve essere assicurato contro gli accessi incontrollati.

VERIFICHE E MANUTENZIONE SUI PRESIDI ANTINCENDIO

 

Alcune Nozioni…..

La prevenzione incendi secondo la legge italiana, indica il complesso delle attività finalizzata alla prevenzione del rischio e finalizzate ad evitare il sorgere di incendi.
Le cause comuni di un incendio sono dovute per la maggior parte dei casi per negligenza di un soggetto, ma anche per il malfunzionamento di impianti elettrici.
Le sorgenti di innesco si suddividono in quattro categorie:
  1. ACCENSIONE DIRETTA: quando una scintilla entra in contatto con un materiale combustibile in presenza di ossigeno.
  2. ACCENSIONE INDIRETTA:  quando il calore d’innesco avviene per convenzione, conduzione e irraggiamento termico, ovvero non da forma diretta ma nella forma classica della trasmissione del calore senza contatto diretto.
  3. ATTRITO: avviene per sfregamento di due materiali.
  4. AUTOCOMBUSTIONE O RISCALDAMENTO “SPONTANEO”: quando il calore viene prodotto all’interno dello stesso combustibile o dal combustibile stesso come ad esempio reazioni chimiche o lenti processi di ossidazione.

I parametri che caratterizzano la razione della combustione sono:

  • LA TEMPERATURA DI ACCENSIONE O AUTOACCENSIONE: è la temperatura minima alla quale la miscela combustibile/comburente inizia a bruciare spontaneamente in modo continuo senza ulteriore apporto di calore o di energia esterna;
  • LA TEMPERATURA TEORICA DI COMBUSTIONE (°C) : il più elevato valore di temperatura che è possibile raggiungere nei prodotti di combustione di una sostanza;
  • AREA TEORICA DI COMBUSTIONE (mc) : la quantità di aria necessaria per raggiungere la combustione completa di tutti i materiali combustibili;
  • IL POTERE CALORIFICO (Kcal/Kg) : è la quantità di calore prodotta dalla combustione completa dell’unità di massa o di volume di una determinata sostanza combustibile; si distingue in superiore se la quantità di calore sviluppata considera anche il calore di condensazione del vapore d’acqua prodotto, e in inferiore se non viene considerato invece il vapore d’acqua prodotto;
  • CARICO DI INCENDIO (MJ o Kcal) : potenziale termico netto della totalità dei materiali combustibili contenuti in uno spazio, corretto in base ai parametri indicativi della partecipazione alla combustione dei singoli materiali;
  • LA TEMPERATURA DI INFIAMMABILITA'(°C) : si definisce esclusivamente per i liquidi combustibili/infiammabili ed è la temperatura alla quale i suddetti liquidi emettono vapori in quantità tali da incendiarsi in caso di innesco.;
  • I LIMITI DI INFIAMMABILITA’ E DI ESPLODIBILITA'(%) : i primi individuano il campo d’infiammabilità all’interno della quale si ha, in caso d’innesco, l’accensione e la propagazione della fiamma nella miscela e i secondi individuano il campo all’interno della quale si ha in caso d’innesco un’esplosione della miscela. I limiti vengono definiti come inferiore con la più bassa concentrazione in volume di vapore della miscela al di sotto della quale non si ha accensione/esplosione in presenza di innesco per carenza di combustibile e in superiore con la più alta concentrazione in volume di vapore della miscela al di sopra della quale non si ha accensione/esplosione in presenza di innesco per eccesso di combustibile.

La combustione delle sostanze è funzione dello stato di aggregazione della materia combustibile e quindi della sua interazione con il comburente, in particolare possiamo osservare che:

1. COMBUSTIONE DELLE SOSTANZE SOLIDE, rappresenta la fase di superamento di
un processo di degradazione del materiale superficiale, della sua evaporazione
(pirolisi) e combinazione con l’ossigeno circostante e quindi, in presenza di innesco,
dell’instaurarsi di una reazione esotermica capace di autosostenersi, è caratterizzata dai seguenti parametri:

  •  dagli elementi che compongono la sostanza;
  •  dal contenuto di umidità del materiale;
  •  pezzatura e forma del materiale;
  •  dal grado di porosità del materiale;
  • condizioni di ventilazione.

2.LA COMBUSTIONE DEI LIQUIDI INFIAMMABILI: un liquido infiammabile per partecipare alla reazione chimica della combustione deve passare  dallo stato liquido allo stato di vapore, in base alla temperatura di infiammabilità sono classificati: 1. CATEGORIA A – liquidi aventi punto di infiammabilità inferiore a 21°C come ad esempio il petrolio greggio o le miscele di carburanti; 2. CATEGORIA B – liquidi aventi punto di infiammabilità compreso tra 21°C e 65 °C come ad esempio il petrolio raffinato, alcol etilico o cherosene; 3. CATEGORIA C – liquidi aventi punto di infiammabilità compreso tra i 65°C e 125 °C come ad esempio l’olio combustibile, la paraffina o la vasellina.

3. LA COMBUSTIONE DEI GAS INFIAMMABILI: i gas possono essere classificati in funzione delle loro caratteristiche fisiche (densità) o in funzione delle loro modalità di conservazione.

La densità di un gas o vapore è definita come rapporto tra il peso della sostanza allo stato di gas o vapore e quello di un ugual volume di aria a pressione e temperatura ambiente:

  • GAS LEGGERO: con densità rispetto all’aria inferiore a 0,8;
  • GAS PESANTE: con densità rispetto all’aria superiore a 0,8.

Secondo le modalità di conservazione:

  • GAS COMPRESSO: che vengono conservati allo stato gassoso ad una pressione superiore a quella atmosferica in appositi recipienti, la pressione di compressione può variare da poche centinaia millimetri di colonna d’acqua a qualche centinaio di atmosfere.
  • GAS LIQUEFATTO: che per le sue caratteristiche chimico-fisiche può essere liquefatto a temperatura ambiente mediante compressione, Il vantaggio della conservazione di gas allo stato liquido consiste nella possibilità di detenere grossi quantitativi di prodotto in spazi contenuti, in quanto un litro di gas liquefatto può sviluppare nel passaggio di fase fino a 800 litri di gas.
  • GAS REFRIGERATO:  che possono essere conservati in fase liquida mediante refrigerazione alla temperatura di equilibrio liquido-vapore con livelli di pressione estremamente modesti, assimilabili alla pressione atmosferica.
  • GAS DISCIOLTO: che sono conservati in fase gassosa disciolti entro un liquido ad una determinata pressione.

A seconda dello stato fisico dei materiali combustibili si possono distinguere quattro classi d’incendio:

  1. CLASSE A : incendi di materiali solidi;
  2. CLASSE B : incendi di liquidi infiammabili;
  3. CLASSE C : incendi di gas infiammabili;
  4. CLASSE D : incendi di metalli combustibili.

Con l’aggiornamento della norma UNI  EN 3-7:2008 e UNI EN 2:2005 è stata introdotta anche la quinta classe di incendio: 5. CLASSE F – incendi che interessano i mezzi di cottura(oli e grassi vegetali o animali) in apparecchi di cottura. Non definita dalla norma UNI EN 2:2005 c’è anche la vecchia CLASSE E che interessa le apparecchiature elettriche sotto tensione in quanto gli incendi di impianti ed attrezzature elettriche sono riconducibili alle classi A o B.

Le sostanze estinguenti sono:

  1. ACQUA :  abbassa la temperatura del combustibile (raffreddamento), sostituzione dell’ossigeno con vapore acqueo (soffocamento), diluizione delle sostanze infiammabili solubili in acqua e imbevimento dei combustibili solidi;
  2. POLVERI : sono costituite da particelle solide finissime a base di bicarbonato di sodio, potassio, fosfati e sali organici, l’azione estinguente è prodotta dalla decomposizione delle stesse per effetto delle alte temperature raggiunte nell’incendio che dà luogo ad effetti chimici sulla fiamma con azione anticatalitica ed alla produzione di anidride carbonica(chimico)(soffocamento)(raffreddamento);
  3. SCHIUMA : è un agente estinguente costituito da una soluzione in acqua di un liquido schiumogeno, l’azione estinguente è il raffreddamento e la divisione di combustibile da comburente (soffocamento);
  4. GAS INERTI : anidride carbonica(CO2) e azoto, riducono la percentuale di comburente impedendo la combustione;
  5. IDROCARBURI ALOGENATI (HALON) : sono formati da idrocarburi saturi in cui gli atomi di idrogeno sono stati parzialmente o totalmente sostituiti con atomi di cromo, bromo o fluoro, l’azione estinguente avviene attraverso l’interruzione chimica della reazione di combustione;
  6. AGENTI ESTINGUENTI ALTERNATIVI ALL’HALON : impiegati attualmente sono “ecocompatibili” (clean agent), e generalmente combinano al vantaggio della salvaguardia ambientale lo svantaggio di una minore capacità estinguente rispetto agli halon, agiscono per azione antacatalitica.

Elenco Attività soggette a controlli dei Vigili Del Fuoco ai sensi del D.P.R 151/2011

Il 22 settembre sulla Gazzetta Ufficiale il D.P.R. 1 agosto 2011 n.151, riguardante lo Schema di regolamento per la disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione incendi. Il nuovo regolamento individua le attività soggette alla disciplina della prevenzione incendi ed opera una sostanziale semplificazione relativamente agli adempimenti da parte dei soggetti interessati. Per la prima volta viene incoraggiata concretamente un’impostazione fondata sul principio di proporzionalità in base al quale gli adempimenti amministrativi vengono diversificati in relazione alla dimensione, al settore in cui si opera e all’effettiva esigenza di tutela degli interessi pubblici. Questo Provvedimento correla le attività a tre categorie, A, B e C individuate in ragione della gravità del rischio; grazie alla individuazione di distinte categorie è stato possibile effettuare una modulazione degli adempimenti procedurali e, in particolare:

  • nella categoria A sono state inserite le attività dotate di “regola tecnica” di riferimento e contraddistinte da un limitato livello di complessità, legato alla consistenza dell’attività, all’affollamento ed ai quantitativi di materiale presente;
  • nella categoria B sono state inserite le attività presenti in A quanto a tipologia, ma caratterizzate da un maggiore livello di complessità, nonché le attività sprovviste di una specifica regolamentazione tecnica di riferimento, ma comunque con un livello di complessità inferiore al parametro assunto per la categoria “superiore”;
  • nella categoria C sono state inserite le attività con alto livello di complessità, indipendentemente dalla presenza o meno della “regola tecnica”.

In linea con quanto stabilito dal nuovo quadro normativo generale, sono state quindi aggiornate e riadattate le modalità di presentazione delle istanze concernenti i procedimenti di prevenzione incendi, per ciò che attiene la valutazione dei progetti, i controlli di prevenzione incendi, il rinnovo periodico di conformità antincendio, la deroga, il nulla osta di fattibilità, le verifiche in corso d’opera, la voltura, prevedendo sia il caso in cui l’attivazione avvenga attraverso lo Sportello Unico per le attività produttive sia l’eventualità che si proceda direttamente investendo il Comando Provinciale VV.F. competente per territorio.Il 7 agosto 2012 è stato firmato dal Ministro dell’interno il decreto, predisposto ai sensi dell’articolo 2, comma 7, del decreto del Presidente della Repubblica 1° agosto 2011, n. 151, concernente la semplificazione della disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione incendi.
Il decreto, è stato pubblicato il 29/08/2012 nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 201 ed entrerà in vigore il novantesimo giorno dalla data di pubblicazione.
Il provvedimento sostituisce il decreto del Ministro dell’Interno 4 maggio 1998, recante “Disposizioni relative alle modalità di presentazione ed al contenuto delle domande per l’avvio di procedimenti di prevenzione incendi, nonché all’uniformità dei connessi servizi resi dai Comandi provinciali dei vigili del fuoco”, adottato ai sensi del precedente regolamento di prevenzione incendi di cui al D.P.R. n. 37 del 1998.

L’elenco delle attività soggette a controlli:

 1. : Stabilimenti ed impianti ove si producono e/o impiegano gas infiammabili e/o comburenti con quantità globali in ciclo superiori a 25 Nm3/h;

2. : Impianti di compressione o di decompressione dei gas infiammabili e/o comburenti con potenzialità superiore a 50 Nm3/h, con esclusione dei sistemi di riduzione del gas naturale inseriti nelle reti di distribuzione con pressione di esercizio non superiore a 0,5 MPa;

3. : Impianti di riempimento, depositi, rivendite di gas infiammabili in recipienti mobili:

  • compressi con capacità geometrica complessiva superiore o uguale a 0,75 m3;
  • disciolti o liquefatti per quantitativi in massa complessivi superiori o uguali a 75 kg.

4. : Depositi di gas infiammabili in serbatoi fissi:

  • compressi per capacità geometrica complessiva superiore o uguale a 0, 75 m3;
  • disciolti o liquefatti per capacità geometrica complessiva superiore o uguale a 0,3 m3;

5. : Depositi di gas comburenti compressi e/o liquefatti in serbatoi fissi e/o recipienti mobili per capacità geometrica complessiva superiore o uguale a 3 m3;

6. : Reti di trasporto e di distribuzione di gas infiammabili, compresi quelli di origine petrolifera o chimica, con esclusione delle reti di distribuzione e dei relativi impianti con pressione di esercizio non superiore a 0,5 MPa;

7. : Centrali di produzione di idrocarburi liquidi e gassosi e di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, piattaforme fisse e strutture fisse assimilabili, di perforazione e/o produzione di idrocarburi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1979, n. 886 ed al decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 624;

8. : Oleodotti con diametro superiore a 100 mm;

9. : Officine e laboratori con saldatura e taglio dei metalli utilizzanti gas infiammabili e/o comburenti, con oltre 5 addetti alla mansione specifica di saldatura o taglio;

10. : Stabilimenti ed impianti ove si producono e/o impiegano, liquidi infiammabili e/o combustibili con punto di infiammabilità fino a 125 °C, con quantitativi globali in ciclo e/o in deposito superiori a 1 m3;

11. : Stabilimenti ed impianti per la preparazione di oli lubrificanti, oli diatermici e simili, con punto di infiammabilità superiore a 125 °C, con quantitativi globali in ciclo e/o in deposito superiori a 5 m3;

12. : Depositi e/o rivendite di liquidi infiammabili e/o combustibili e/o oli lubrificanti, diatermici, di qualsiasi derivazione, di capacità geometrica complessiva superiore a 1 m3;

13. : Impianti fissi di distribuzione carburanti per l’autotrazione, la nautica e l’aeronautica; contenitori – distributori rimovibili di carburanti liquidi:

  • Impianti di distribuzione carburanti liquidi;
  • Impianti fissi di distribuzione carburanti gassosi e di tipo misto (liquidi e gassosi).

14. : Officine o laboratori per la verniciatura con vernici infiammabili e/o combustibili con oltre 5 addetti;

15. : Depositi e/o rivendite di alcoli con concentrazione superiore al 60% in volume di capacità geometrica superiore a 1 m3;

16. : Stabilimenti di estrazione con solventi infiammabili e raffinazione di oli e grassi vegetali ed animali, con quantitativi globali di solventi in ciclo e/o in deposito superiori a 0,5 m3;

17. : Stabilimenti ed impianti ove si producono, impiegano o detengono sostanze esplodenti classificate come tali dal regolamento di esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza approvato con regio decreto 6 maggio 1940, n. 635, e successive modificazioni ed integrazioni;

18. : Esercizi di minuta vendita e/o depositi di sostanze esplodenti classificate come tali dal regolamento di esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza approvato con regio decreto 6 maggio 1940, n. 635, e successive modificazioni ed integrazioni.
Esercizi di vendita di artifici pirotecnici declassificati in “libera vendita” con quantitativi complessivi in vendita e/o deposito superiori a 500 kg, comprensivi degli imballaggi;

19. : Stabilimenti ed impianti ove si producono, impiegano o detengono sostanze instabili che possono dar luogo da sole a reazioni pericolose in presenza o non di catalizzatori ivi compresi i perossidi organici;

20. : Stabilimenti ed impianti ove si producono, impiegano o detengono nitrati di ammonio, di metalli alcalini e alcolino-terrosi, nitrato di piombo e perossidi inorganici;

21. : Stabilimenti ed impianti ove si producono, impiegano o detengono sostanze soggette all’accensione spontanea e/o sostanze che a contatto con l’acqua sviluppano gas infiammabili;

22. : Stabilimenti ed impianti ove si produce acqua ossigenata con concentrazione superiore al 60% di perossido di idrogeno;

23. : Stabilimenti ed impianti ove si produce, impiega e/o detiene fosforo e/o sesquisolfuro di fosforo;

24. : Stabilimenti ed impianti per la macinazione e la raffinazione dello zolfo; depositi di zolfo con potenzialità superiore a 10.000 kg;

25. : Fabbriche di fiammiferi; depositi di fiammiferi con quantitativi in massa superiori a 500 kg;

26. : Stabilimenti ed impianti ove si produce, impiega o detiene magnesio, elektron e altre leghe ad alto tenore di magnesio;

27. : Mulini per cereali ed altre macinazioni con potenzialità giornaliera superiore a 20.000 kg;
Depositi di cereali e di altre macinazioni con quantitativi in massa superiori a 50.000 kg;

28. : Impianti per l’essiccazione di cereali e di vegetali in genere con depositi di prodotto essiccato con quantitativi in massa superiori a 50.000 kg;

29. : Stabilimenti ove si producono surrogati del caffè;

30. : Zuccherifici e raffinerie dello zucchero;

31. : Pastifici e/o riserie con produzione giornaliera superiore a 50.000 kg;

32. : Stabilimenti ed impianti ove si lavora e/o detiene foglia di tabacco con processi di essiccazione con oltre 100 addetti o con quantitativi globali in ciclo e/o in deposito superiori a 50.000 kg;

33. : Stabilimenti ed impianti per la produzione della carta e dei cartoni e di allestimento di prodotti cartotecnici in genere con oltre 25 addetti o con materiale in lavorazione e/o in deposito superiore a 50.000 kg;

34. : Depositi di carta, cartoni e prodotti cartotecnici, archivi di materiale cartaceo, biblioteche, depositi per la cernita della carta usata, di stracci di cascami e di fibre tessili per l’industria della carta, con quantitativi in massa superiori a 5.000 kg;

35. : Stabilimenti, impianti, depositi ove si producono, impiegano e/o detengono carte fotografiche, calcografiche, eliografiche e cianografiche, pellicole cinematografiche, radiografiche e fotografiche con materiale in lavorazione e/o in deposito superiore a 5.000 kg;

36. : Depositi di legnami da costruzione e da lavorazione, di legna da ardere, di paglia, di fieno, di canne, di fascine, di carbone vegetale e minerale, di carbonella, di sughero e di altri prodotti affini con quantitativi in massa superiori a 50.000 kg con esclusione dei depositi all’aperto con distanze di sicurezza esterne superiori a 100 m;

37. : Stabilimenti e laboratori per la lavorazione del legno con materiale in lavorazione e/o in deposito superiore a 5.000 kg;

38. : Stabilimenti ed impianti ove si producono, lavorano e/o detengono fibre tessili e tessuti naturali e artificiali, tele cerate, linoleum e altri prodotti affini, con quantitativi in massa superiori a 5.000 kg;

39. : Stabilimenti per la produzione di arredi, di abbigliamento, della lavorazione della pelle e calzaturifici, con oltre 25 addetti;

40. : Stabilimenti ed impianti per la preparazione del crine vegetale, della trebbia e simili, lavorazione della paglia, dello sparto e simili, lavorazione del sughero, con quantitativi in massa in lavorazione o in deposito superiori a 5.000 kg;

41. : Teatri e studi per le riprese cinematografiche e televisive;

42. : Laboratori per la realizzazione di attrezzerie e scenografie, compresi i relativi depositi, di superficie complessiva superiore a 200 m2;

43. : Stabilimenti ed impianti per la produzione, lavorazione e rigenerazione della gomma e/o laboratori di vulcanizzazione di oggetti di gomma, con quantitativi in massa superiori a 5.000 kg;
Depositi di prodotti della gomma, pneumatici e simili, con quantitativi in massa superiori a 10.000 kg;

44. : Stabilimenti, impianti, depositi ove si producono, lavorano e/o detengono materie plastiche, con quantitativi in massa superiori a 5.000 kg;

45. : Stabilimenti ed impianti ove si producono e lavorano resine sintetiche e naturali, fitofarmaci, coloranti organici e intermedi e prodotti farmaceutici con l’impiego di solventi ed altri prodotti infiammabili;

46. : Depositi di fitofarmaci e/o di concimi chimici a base di nitrati e/o fosfati con quantitativi in massa superiori a 50.000 kg;

47. : Stabilimenti ed impianti per la fabbricazione di cavi e conduttori elettrici isolati, con quantitativi in lavorazione e/o in deposito superiori a 10.000 kg;
Depositi e/o rivendite di cavi elettrici isolati con quantitativi superiori a 10.000 kg;

48. : Centrali termoelettriche, macchine elettriche fisse con presenza di liquidi isolanti combustibili in quantitativi superiori a 1 m3;

49. : Gruppi per la produzione di energia elettrica sussidiaria con motori endotermici ed impianti di cogenerazione di potenza complessiva superiore a 25 kW;

50. : Stabilimenti ed impianti ove si producono lampade elettriche e simili, pile ed accumulatori elettrici e simili, con oltre 5 addetti;

51. : Stabilimenti siderurgici e per la produzione di altri metalli con oltre 5 addetti; attività comportanti lavorazioni a caldo di metalli con oltre 5 addetti ad esclusione dei laboratori artigiani di oreficeria ed argenteria fino a 25 addetti;

52. : Stabilimenti, con oltre 5 addetti, per la costruzione di aeromobili, veicoli a motore, materiale rotabile ferroviario e tramviario, carrozzerie e rimorchi per autoveicoli; cantieri navali con oltre 5 addetti;

53. : Officine per la riparazione di:

  • veicoli a motore, rimorchi per autoveicoli e carrozzerie, di superficie coperta superiore a 300 m2;
  • materiale rotabile tramviario e di aeromobili, di superficie coperta superiore a 1000 m2;

54. : Officine meccaniche per lavorazioni a freddo con oltre 25 addetti;

55. : Attività di demolizioni di veicoli e simili con relativi depositi, di superficie superiore a 3000 m2;

56. : Stabilimenti ed impianti ove si producono laterizi, maioliche, porcellane e simili con oltre 25 addetti;

57. : Cementifici con oltre 25 addetti;

58. : Pratiche di cui al D.Lgs. 230/95 s.m.i. soggette a provvedimenti autorizzativi (art. 27 del D.Lgs. 230/95 ed art. 13 legge 31 dicembre 1962, n. 1860);

59. : Autorimesse adibite al ricovero di mezzi utilizzati per il trasporto di materie fissili speciali e di materie radioattive (art. 5 della legge 31 dicembre 1962, n. 1860, sostituito dall’art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1965, n. 1704; art. 21 del D.Lgs. 230/95);

60. : Impianti di deposito delle materie nucleari ed attività assoggettate agli artt. 33 e 52 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230 e s.m.i. , con esclusione dei depositi in corso di spedizione;

61. : Impianti nei quali siano detenuti combustibili nucleari o prodotti o residui radioattivi [art. 1, lettera b) della legge 31 dicembre 1962, n. 1860];

62. : Impianti relativi all’impiego pacifico dell’energia nucleare ed attività che comportano pericoli di radiazioni ionizzanti derivanti dal predetto impiego:

  • impianti nucleari;
  • reattori nucleari, eccettuati quelli che facciano parte di un mezzo di trasporto;
  • impianti per la preparazione o fabbricazione delle materie nucleari;
  • impianti per la separazione degli isotopi;
  • impianti per il trattamento dei combustibili nucleari irradianti;
  • attività di cui agli artt. 36 e 51 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230 e s.m.i.

63. : Stabilimenti per la produzione, depositi di sapone, di candele e di altri oggetti di cera e di paraffina, di acidi grassi, di glicerina grezza quando non sia prodotta per idrolisi, di glicerina raffinata e distillata ed altri prodotti affini, con oltre 500 kg di prodotto in lavorazione e/o deposito;

64. : Centri informatici di elaborazione e/o archiviazione dati con oltre 25 addetti;

65. : Locali di spettacolo e di trattenimento in genere, impianti e centri sportivi, palestre, sia a carattere pubblico che privato, con capienza superiore a 100 persone, ovvero di superficie lorda in pianta al chiuso superiore a 200 m2. Sono escluse le manifestazioni temporanee, di qualsiasi genere, che si effettuano in locali o luoghi aperti al pubblico;

66. : Alberghi, pensioni, motel, villaggi albergo, residenze turistico – alberghiere, studentati, villaggi turistici, alloggi agrituristici, ostelli per la gioventù, rifugi alpini, bed & breakfast, dormitori, case per ferie, con oltre 25 posti-letto; Strutture turistico-ricettive nell’aria aperta (campeggi, villaggi-turistici, ecc.) con capacità ricettiva superiore a 400 persone;

67. : Scuole di ogni ordine, grado e tipo, collegi, accademie con oltre 100 persone presenti; asili nido con oltre 30 persone presenti;

68. : Strutture sanitarie che erogano prestazioni in regime di ricovero ospedaliero e/o residenziale a ciclo continuativo e/o diurno, case di riposo per anziani con oltre 25 posti letto;
Strutture sanitarie che erogano prestazioni di assistenza specialistica in regime ambulatoriale, ivi comprese quelle riabilitative, di diagnostica strumentale e di laboratorio, di superficie complessiva superiore a 500 m2;

69. : Locali adibiti ad esposizione e/o vendita all’ingrosso o al dettaglio, fiere e quartieri fieristici, con superficie lorda superiore a 400 m2 comprensiva dei servizi e depositi. Sono escluse le manifestazioni temporanee, di qualsiasi genere, che si effettuano in locali o luoghi aperti al pubblico;

70. : Locali adibiti a depositi di superficie lorda superiore a 1000 m2 con quantitativi di merci e materiali combustibili superiori complessivamente a 5000 kg;

71. : Aziende ed uffici con oltre 300 persone presenti;

72. : Edifici sottoposti a tutela ai sensi del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 destinati a contenere biblioteche ed archivi, musei, gallerie, esposizioni e mostre, nonché qualsiasi altra attività contenuta nel presente Allegato.;

73. : Edifici e/o complessi edilizi a uso terziario e/o industriale caratterizzati da promiscuità strutturale e/o dei sistemi delle vie di esodo e/o impiantistica con presenza di persone superiore a 300 unità, ovvero di superficie complessiva superiore a 5000 m2, indipendentemente dal numero di attività costituenti e dalla relativa diversa titolarità;

74. : Impianti per la produzione di calore alimentati a combustibile solido, liquido o gassoso con potenzialità superiore a 116 kW;

75. : Autorimesse pubbliche e private, parcheggi pluriplano e meccanizzati di superficie complessiva superiore a 300 m2; locali adibiti al ricovero di natanti ed aeromobili di superficie superiore a 500 m2; depositi di mezzi rotabili al chiuso (treni, tram ecc.) di superficie superiore a 1000 m2;

76. : Tipografie, litografie, stampa in offset ed attività similari con oltre cinque addetti;

77. : Edifici destinati ad uso civile, con altezza antincendio superiore a 24 m;

78. : Aerostazioni, stazioni ferroviarie, stazioni marittime, con superficie coperta accessibile al pubblico superiore a 5000 m2; metropolitane in tutto o in parte sotterranee;

79. : Interporti con superficie superiore a 20.000 m2;

80. : Gallerie stradali di lunghezza superiore a 500 m e ferroviarie superiori a 2000 m;

 

 

Articolo preso dal sito dei Vigili Del Fuoco — http://www.vigilfuoco.it/aspx/AttivitaSoggetteElenco.aspx —–http://www.vigilfuoco.it/aspx/page.aspx?IdPage=5574